Frammenti di me #1

Quando frequentavo il liceo, il mio sogno era quello di studiare psicologia. Mi interessava capire il motivo di alcuni comportamenti in relazione a certe risposte, da cosa dipendessero alcuni disturbi comportamentali, e nello specifico avrei voluto approfondire lo studio sull’autismo, perché lo consideravo un mondo segreto che custodiva dei tesori inesplorati.  
Avevo conosciuto un ragazzo autistico, più piccolo di me di qualche anno.
All’epoca avevo solo 17 anni e, per arrotondare la paghetta, dedicavo qualche ora pomeridiana presso una scuola privata che offriva diversi servizi, tra cui l’assistenza a bambini bisognosi di particolari attenzioni (con personale qualificato), asilo, ludoteca, dopo scuola, musicoterapia e aiuto compiti.
Seguivo due bambini di prima media per aiutarli in matematica, la mia materia preferita da sempre.
Quando terminavo il mio compito, nell’attesa che mia mamma mi venisse a prendere, aspettavo nella stanza “video”, arredata come un soggiorno di casa, in cui vi erano dei divani tipo salotto, luci soffuse, tappeto, una bellissima pianta, un televisore ed uno scaffale fornito di videocassette vhs.
Alcune volte ci trovavo dei bambini che guardavano un cartone animato, altre un ragazzo autistico.
Io mi sedevo e aspettavo con loro.
Non mi accorsi subito che quel ragazzo fosse autistico. O almeno non la prima volta che lo vidi seduto sul divano a guardare la tv.
Notai però la sua estrema riservatezza.
Quando appresi che era autistico, non riuscii a non fare attenzione a lui.
Ero affascinata dal suo comportamento.
A volte si trovava in una fase di negazione, andava in un ancolo della stanza e restava lì, in silenzio, nonostante l’insegnante lo andasse a prendere per mano.
Altre, giocava come se nulla fosse con bambini di 8 – 10 anni e a volte anche più piccoli.
Altre volte ancora parlava moltissimo e raccontava tutto quello che sentiva a casa sua, e la cosa risultava strana perché dal di fuori sembrava che non ascoltasse mai nulla.
Oppure capitava che si chiudeva in un mutismo da far paura.
Quando era nelle fasi di positività, invece, rivelava delle doti artistiche nascoste. In quei rari momenti, voleva colorare con le tempere. Bisognava fargli indossare un camice e non era impresa facile, perché urlava. E se non si riusciva a convincerlo con un gioco psicologico, andava in un’altra stanza e non voleva più colorare. Credo che fosse un po’ viziato, o forse no, ma quando decideva di fare una cosa, voleva farla seduta stante nelle consizioni che dettava lui, altrimenti si innervosiva e non la voleva fare più.
Prendeva i barattoli, li apriva e immergeva le mani nei colori, senza badare che colassero addosso. Mischiava le tinte in delle sfumature stupende e colorava i grandi cartoncini posizionati per terra. I suoi non erano disegni veri e propri, bensì delle macchie, delle scie e dei segni dalle forme più strane, in cui poter immaginare di vedere dei fiori stilizzati, delle nuvole, e a volte dei draghi che abbracciavano gli alberi. Era tutto così primordiale ed infantile, ma straordinariamente affascinante.
Quel comportamento mi attraeva e mi faceva rabbrividire al contempo.
Fu proprio in questa occasione che iniziai a maturare il desiderio di studiare psicologia.
Sogno che non si realizzò mai, ma questa è un’altra storia, magari ve la racconterò.
Adesso volevo solo raccontare di quanto fosse meraviglioso quel mondo.

Maris

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