Frammenti di me #2

NON SO DIFENDERMI

Sono fatta male, malissimo.
In passato, quando qualcuno mi dava la colpa di qualcosa, non mi difendevo.
“Hai lasciato il rubinetto dell’acqua aperto!” mi dicevano quand’ero bambina “Non sono stata io!” rispondevo.


“Puoi essere stata solo tu, in punizione, prima o poi imparerai!”
Non ero stata io. Sapevo chi dimenticava il rubinetto aperto quasi ogni giorno, e lo sapeva anche il vero colpevole, ma non ero creduta.
Non voglio tuttora incolpare nessuno, ma stavo zitta, e subivo la mia punizione. Anzi, le mie punizioni, perché la persona distratta continuava imperterrita a dimenticarsi la cannella aperta.
A scuola la stessa cosa: non alle scuole medie che era palese che fossi tra le prime della classe. Al liceo. Il primo anno in cui ancora i professori non mi conoscevano.
La mia compagna di banco copiò, senza che io me ne accorgessi data la mia ingenuità, la mia versione di latino. Era il primissimo compito in classe delle scuole superiori.

La docente ci chiamò in disparte.
La mia compagna accusò me.
A me caddero le braccia a terra! Ma come?
La versione l’avevo fatta io, da sola. Completamente da sola. Non avevo mai copiato nulla in vita mia.
La mia compagna continuò a dire che fossi stata io a copiare, ed io a smentire.
Finché non intervennero, addirittura, i genitori della mia compagna. Riuscirono a descrivere la loro figlia come una figlia modello, piena di valori e sensibilità. Non avrebbe avuto bisogno di copiare e comunque l’avrebbe ammesso.
Anche mio padre fu chiamato, ma lui era molto all’antica. La colpa era mia a prescindere, perché i professori avevano sempre ragione.
La colpa era stata mia perché, secondo mio padre, sarei dovuta stare attenta a non farmi copiare.
Ero preda di una palese ingiustizia.
Ingiustizia che mi costò molto cara!
Da quel momento ero diventata la “copiona”, nonché la causa della distrazione della mia compagna chiacchierona. I suoi genitori erano riusciti a ribaltare la situazione: era vero, la figlia parlava, ma evidentemente io le davo corda, mica parlava col muro, dunque, vi era concorso di colpe. Anzi, ero io quella che la provocava!
Fui costretta a prendermi le colpe e non perché lo volessi, ma perché le subii.
Una volta addirittura, scrissi una poesia dedicato a mio padre, in quel periodo mi mancava moltissimo, era ormai assente a causa della separazione in casa da mia madre (si sa, la fine di un matrimonio è una strada lunga, tortuosa e piena di fermate).
La poesia si intitolava “Padre mio” ed aveva una forma molto aulica, dati i miei studi classici.
In questa poesia scrivevo che mi mancava mio padre, che mi mancava il suo tenermi per mano, il suo farmi sentire protetta.
La mia prof mi mandò in presidenza perché fui accusata di aver scritto la poesia ad un prete. Diventai lo zimbello della scuola.
A nulla servirono le mie smentite, non ero creduta neanche dalla mia famiglia.
Per sopravvivere a queste ingiustizie, mi chiusi sempre di più in me stessa.
E venni accusata dalla prof di guardarla “dall’alto in basso” citando le sue stesse parole.
Solo adesso capisco quando quella persona fosse insicura. Vedeva una ragazzina esile e fragile come una minaccia, come un avversario a cui fare guerra.
Mi dichiarò guerra e ovviamente vinse lei.
Non ce l’ho mai avuta con questa docente.
All’inizio si era fatta l’idea di me di una ragazzina timida ed umile.
Ma furono i genitori della mia compagna di banco a farle cambiare idea. A descrivermi come “fuoco sotto cenere”! Pur di difendere la loro figlia, portarono avanti le loro teorie fino a convincere la professoressa che fossero vere.
E se all’inizio la docente si era fatti l’idea di me di una ragazzina timide ed umile, in un secondo momento si sentì presa in giro. Inoltre mio padre, non mi difendeva, perché mio padre voleva insegnarmi a difendermi da sola. Cosa che non sono mai riuscita a fare.
Perché racconto tutto questo?
Perché mi capita ancora. Che scema, penserete.
Non so difendermi.
Se qualcuno mi accusa di qualcosa che non ho fatto, mi discolpo solo una volta. Dalla seconda in poi, mi chiudo in me stessa e lascio correre.
Anche se è una cosa a cui tengo particolarmente.
Resto delusa e lascio che gli affamati di bugie si sazino.
Maris

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