Frammenti di me #6

IO, IL PIANOFORTE E IL BAMBINO PRODIGIO

Non ho mai saputo perché fin da piccolissima mi attraesse la visione di un pianoforte.
E non ricordo neanche quando fu la primissima volta che ne scoprii il suono.
Ero troppo piccola per ricordare tutto con nitidezza, ma il bambino prodigio  lo ricordo bene.
Forse fu grazie a lui che mi innamorai della musica. Ricordo che chiedevo sempre a mia madre se mi portasse a vedere il bambino che suona il pianoforte!
Io ero molto piccola e lui credo che avesse una decina d’anni.
Il piccolo prodigio aveva una dote innata: qualunque musica ascoltasse riusciva a riprodurla ad orecchio con tanto di armonizzazione. Suonava di tutto, anche piccole sue composizioni e improvvisazioni estemporanee.
E la cosa stupefacente era quando gli adulti si divertivano a giocare con lui ad indovinare le note. Lo facevano andare nell’altra stanza, suonavano le note e lui le indovinava tutte. Anche più note contemporaneamente!
Dicevano che avesse lo stesso dono di Mozart.
Io ebbi la fortuna di ascoltarlo in più occasioni, perché in quel periodo (anni ’80, anni d’oro per la musica), organizzavano spesso concerti pianistici in cui lui era l’ospite d’onore.
Ma il ricordo più bello e più straordinario che ricordo ancora oggi con emozione, fu quando lo ascoltai ad una festa privata a casa sua. Mia mamma per pura coincidenza conobbe sua madre che invitò la mia famiglia al compleanno, forse l’undicesimo, del bambino prodigio. Ma io alle coincidenze non ho mai creduto. Questo episodio non poteva essere così casuale. A tutto c’è un motivo. Un motivo latente lì per lì. Un motivo che si sarebbe rivelato anni dopo – ma questa è un’altra storia.
Alla festa, il piccolo pianista, si faceva desiderare. Gli adulti erano in trepida attesa, ma lo sgabello di quel pianoforte era sempre vuoto. Stava giocando in giardino con i compagni di scuola!
Dopo non molto, la madre lo invitò a suonare un po’. Non rispose subito.
Quando finalmente entrò nel salotto ed iniziò a suonare le prime note, il silenzio piombò nella stanza.
Mi piaceva ascoltarlo, ero affascinata!
Presa dall’entusiasmo e incosciente di tutto, mi avvicinai anche io e cercai di pigiare qualche tasto, ma il piccolo pianista mi guardò in modo serio senza smettere di suonare. Mi allontanai intimorita e andai da mio padre che mi prese in braccio.
Continuai a gustarmi la scena e la musica dall’alto.
Ero ammaliata da quel suono e affascinata dal quelle piccole mani che si muovevano con padronanza e virtuosismo su tutta la tastiera.
Credo che quella fu l’ultima volta che vidi quel piccolo pianista.
Dal quel momento in avanti, il pianoforte divenne la mia ossessione.
Una vera e propria ossessione.
Volevo suonare anche io il pianoforte.
Mamma, ti prego, voglio il pianoforte!”
Il pianoforte.
Il pianoforte.
Il pianoforte.
Avevo fin troppo le idee chiare. Avevo già deciso che nel mio futuro ci sarebbe stato posto solo e soltanto per il pianoforte.
Ogni qual volta passavo dal negozio di strumenti musicali della mia piccola città, correvo subito dentro e mi dirigevo, senza neanche salutare, all’area pianoforti e iniziavo a suonare, o meglio dire, a pigiare i tasti. Poi mi rendevo conto di attirare l’attenzione, e cercavo di fare il più piano possibile per paura che il negoziante mi sgridasse.
Non lo fece mai, anzi, mi in simpatia, fece amicizia con mio padre e a natale mi regalò una piccola tastiera della Bontempi.
Fu tra i regali più belli che abbia mai ricevuto.
Iniziai a strimpellare ad orecchio, riuscendo a riprodurre la melodia delle musichette più orecchiabili.
Ma il pianoforte non mi passò mai dalla testa. Continuavo ad esserne ossessionata!
Finché finalmente mio padre si decise di comprarmi la mia dolce, amata e sospirata ossessione.
Avevo all’incirca dieci anni quando andammo a scegliere il mio pianoforte.
Quando arrivò a casa, piansi per l’emozione. Non ci potevo credere!

Non fu però come speravo. Io non ero una bambina prodigio. Io non sapevo suonarlo.
Mio padre pensava che, chi è davvero portato per suonare, ha la musica nel sangue e non aveva bisogno di andare a lezioni di pianoforte.
Chi non aveva particolari doti mozartiane, doveva solo dilettarsi a suonare e non aspirare a diventare pianista.
Era come essere affamato, avere di fronte il cibo, ma essere impossibilitato a mangiare.
Delusa e sconfitta, iniziai ad amare e odiare il pianoforte contemporaneamente.
Ma non mi diedi per vinta.
Sentivo che nella mia vita ci sarebbe stato il pianoforte, solo che, ancora non sapevo in quale forma e in che misura.
L’ho saputo dopo, ma questa è un’altra storia.
Se siete curiosi, scriverò il resto in un altro post.

Maris

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