Quell’abbraccio mancato. 

Mio padre non c’era alla stazione. La solita discussione la sera prima trascinata fino a notte ci fece rintanare, offesi, nelle nostre camere, sbattendo le porte. Stesso carattere, stesse reazioni. Nessun saluto. Nessuna riappacificazione. Piansi tutta la notte. Mi sentivo incompresa, amareggiata e delusa. 

Il treno portava diciotto minuti di ritardo.

Gli ultimi saluti con mia madre e quel “non ti preoccupare, ci parlo io con papà, sai che ti vuole bene!” che ormai mi sembrava una formula rituale detta ad ogni mia partenza.

Milano mi attendeva. Ed io avevo fretta di cambiare aria e di riprendere ritmi diversi e frenetici per distrarmi da tutto.

Durante il viaggio, cercavo d’ingannare l’attesa, leggendo, ascoltando musica e giocando con il mio smartphone, ma non riuscivo a non ripensare alla discussione della sera prima.

Mio padre non ha mai accettato la mia scelta di studiare in Lombardia, ma pensavo che, dopo la laurea, fosse stato orgoglioso di me e avrebbe capito quanto per me fosse importante restare lì e tentate di trovare il lavoro che meglio rispecchiasse le mie ambizioni. Non volevo buttare via cinque anni di studio in Design al politecnico di Milano per ritornare al mio paese e rischiare a priori di non lavorare mai nel mio ambito.

A milano, per non gravare troppo sulla mia famiglia, ho sempre accettato lavoretti di qualunque tipo, dalla babysitter al semplice servire ai tavoli dei bar. E tra un lavoretto e l’altro, quando possibile frequento qualche stage con la speranza di arricchire il mio curriculum.

Avrei voluto che mio padre fosse soddisfatto di me, di quello che ho fatto, di quello che sono diventata, dei miei sogni che ho sempre cercato di realizzare a costo di sacrifici e rinunce.

Non ci sono mai riuscita. Neanche l’essermi laureata nei tempi previsti dal corso con un voto molto alto è servito a renderlo orgoglioso di me.

Il treno non era riuscito a recuperare il ritardo iniziale e a quei diciotto minuti se ne aggiunsero altri undici.

Dalla stazione centrale, bastavano due cambi di metro per arrivare a casa.

Dividevo la stanza con un’altra ragazza che ancora non era rientrata dalle ferie estive, dell’altra coinquilina, non sapevo nulla, ma dal silenzio, potevo dedurre che ero da sola.

Posai tutto su una sedia senza neanche disfare la valigia, andai di corsa a farmi una doccia, e mi preparai subito per andare a letto.

Non era ancora tardi, forse le 22 o giù di lì.

Telefonai a mia madre per dirle che ero già a casa. Parlammo per un quarto d’ora circa, di come era andato il viaggio, del tempo, del caldo, della sua sinusite, ma nulla di mio padre. Di solito mi diceva “ti passo a papà”, questa volta non lo disse.

Terminata la telefonata, nonostante fossi turbata per la situazione, crollai in un sonno profondo per la stanchezza del viaggio e della notte prima passata in bianco.

Mi svegliai tardi.

Appena accesi lo smartphone per cazzeggiare su facebook mentre sorseggiavo il caffé, appresi una notizia che mi paralizzò: il mio paese raso al suolo dal terremoto!

Tremavo.

Non riuscivo a respirare.

Feci il numero di mia mamma. Non raggiungibile. Ritentai. Ritentai più volte.

Telefonai a mia sorella, ma anche il suo numero risultava spento.

Non sapevo che cosa fare. Provai a telefonare a parenti e ad amici.

Alcuni numeri non raggiungibili. Qualcuno mi rispose, ma nessuna traccia dei miei genitori.

Finalmente nel pomeriggio mi telefonò mia sorella.

Mi disse che lei e il marito stavano bene e che nel loro paese nessun danno, ma la casa di mamma e papà era crollata.

Il sangue mi si gelò nelle vene.

Come stanno mamma e papà?

Mamma è grave. È ancora viva, ma è priva di sensi. È in ospedale.

E papà?

Papà non è stato ancora ritrovato.

Caddi in un pianto disperato.

E mentre piangevo, mi preparavo per uscire, per ritornare. Volevo vedere con i miei occhi.

Riuscii a trovare un biglietto. Presi il treno per Roma, da lì avrei fatto altri cambi per avvicinarmi il più possibile e al limite avrei preso un taxi.

Arrivai di notte, mia sorella mi venne a prendere alla stazione di Rieti.

La trovai in lacrime.

Scoppiai a piangere anche io.

E tra un singhiozzo ed un altro mi disse che avevano trovato il corpo senza vita di papà.

Restammo a piangere lì, abbracciate, ignare degli sguardi della gente.

Non potevo crederci.

Non poteva essere accaduto davvero.

Ed in tutto quello scompiglio, rivedevo solo l’ultima discussione accesa con papà.

Non l’ultimo abbraccio.

Non l’ultimo “ti voglio bene”.

L’ultima lite.

Perdonami se non sono riuscita a renderti orgoglioso di me. O forse lo eri a prescindere dalla laurea ed io non me ne sono mai accorta. Perdonami.

Non dovevo partire. Forse non mi sarei salvata neanche io, ma almeno avrei dormito per sempre tra le tue braccia.

— Marisina Vescio

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