Quando la passione diventa lavoro

Iniziai a fare qualche servizio fotografico (chiamiamolo così, anche se in modo improprio) tra amici e amici degli amici, nel 2009, quando finalmente comprai la mia prima reflex, una vecchia nikon d80 che mi ha dato delle enormi soddisfazioni. Mi regalavano pochi euro per il disturbo per fare scatti a compleanni, lauree o battesimi.

All’epoca non sapevo fare post-produzione, anzi, da ignorante e da incompetente, presumevo che le fotografie post-prodotte, non fossero autentiche e che, chi “ritoccava” non fosse bravo. Essì, perché confondevo la post-produzione con il ritocco grafico.

Inizia pian piano a capire che, la differenza tra una reflex e una compatta, fosse data dalla qualità del sensore che permetteva di “accedere” ai file raw, file che vanno obbligatoriamente post-prodotti.

Che cosa sono i file raw? Per spiegarlo terra terra, corrispondono alla vecchia pellicola delle macchine fotografiche analogiche, ve le ricordate?

Ricordate che i “negativi” si portavano da un fotografo per farli sviluppare?

Ecco, i file raw si devono sviluppare, non nella camera oscura, bensì con un programma digitale, tipo adobe lightroom o camera raw di adobe photoshop.

Se con la reflex non si scatta in raw (ed in generale succede in tutte le fotocamere che non danno la possibilità di scattare in raw), è la fotocamera stessa che fa uno sviluppo approssimativo in automatico, sfalsando spesso colori, contrasti e luci. (Ovviamente, più la fotocamera è buona, più avrà un computerino interno in grado di convertire al meglio lo scatto in jpeg in modo automatico in base all’anteprima che vediamo nello schermo, ed anche se a noi dà l’idea di non aver “ritoccato” la foto, una sorta di post-produzione è avvenuta lo stesso, senza possibilità di gestire manualmente).

Iniziai ben presto a scattare le fotografie in raw e ad imparare la post-produzione per lo sviluppo digitale in modo manuale e quindi secondo un mio stile.

La differenza qualitativa era enorme benché ancora non avessi padronanza con i programmi, ma la passione era talmente forte da dedicare intere giornate e nottate alla post-produzione di una sola fotografia.

In quel periodo ero solita pubblicare le mie fotografie su flickr, piattaforma sociale di fotoamatori. Fu proprio qui che ricevetti la richiesta di collaborazione da parte della Getty Images, un’importante agenzia fotografica internazionale.

Vedere pubblicate le mie foto sul loro sito, mi fece capire che non ero poi così male a fotografare, nonostante non mi fossi mai sentita all’altezza di questo meraviglioso mondo.

Lo stimolo a migliorarmi sempre di più, comunque l’ho sempre avuto a prescindere, non perché volessi emulare qualcuno, ma perché amavo immensamente lavorare con le immagini.

Mi resi conto, però, che migliorare la qualità fotografica scattando in raw, richiedeva tempo. Tanto, tantissimo tempo. E denaro.

Tempo perché ogni file necessitava almeno un lavoro di mezz’ora.

Denaro perché il pacchetto adobe aveva un costo mensile ed inoltre se stavo tutto il giorno a scattare e a “sviluppare”, non avevo il tempo di trovarmi un lavoro per vivere.

Ed ecco che iniziai ad apportare man mano dei cambiamenti al mio modo di fotografare.

Se prima, quando gli amici mi invitavano alle loro feste e mi chiedevano di portare la reflex scattavo a ruota libera perché tanto poi consegnavo subito la chiavetta usb con le foto in jpeg (quindi già convertite dalla fotocamera), poi mi resi conto che non potevo più elaborare tutti gli scatti. Dovevo scartare quelle che non andavano bene, e tra le rimanenti, scegliere le essenziali. Non aveva senso avere, per esempio, 5 scatti con una posa simile. La scelta di quali foto “sviluppare”, richiedeva già parecchio tempo. In più, bisognava aggiungere dai 15 ai 30 minuti per foto per la post-produzione. In totale, per garantire 20 fotografie in pose tutte diverse, impiegavo dalle 7 ore alle 9 ore.

Il problema è che gli amici erano abituati ad avere 200 scatti subito, non capivano che ormai avevo migliorato la tecnica e tutto e che i file raw andavano sviluppati.

Capii che dovevo ridurre drasticamente il numero degli scatti. Che non potevo più portare la reflex alle feste degli amici. Che se non potevo rifiutarmi, spiegavo per bene che potevo garantire solo e soltanto fino a 20 fotografie.

Questo discorso non stava più bene a nessuno, ma a me non andava rifare un passo indietro. Io volevo migliorarmi, volevo diventare una fotografa e non l’amica di turno che ha la reflex e che si accontenta di pochi euro per scattare a raffica durante feste di compleanno o battesimi.

Io volevo essere professionale.

E così mi organizzai per creare dei fotolibri.

Se un amico aveva bisogno di “qualche scatto” per la festa privata della prima comunione del figlio, non ero più disposta a fare scatti e a dare le foto, bensì potevo far stampare un fotolibro e dare le relative fotografie in risoluzione web.

La svolta decisiva avvenne qualche anno fa, con l’acquisto di una reflex full-frame professionale.

Con questa macchina fu tutto diverso.

Non riuscii più ad adoperarla come facevo prima. E prima la reflex, la portavo sempre con me, ogni giorno scattavo fotografie ad ogni cosa, anche ad una carta strappata che vedevo sul marciapiede, per dire.

Con la macchina professionale, il salto di qualità, grazie anche alle mie precedenti esperienze, fu enorme e soprattutto l’approccio fu completamente diverso, o forse, meglio dire, professionale.

La qualità di stampa è eccellente e sarebbe sprecato non far stampare degli album a tutto campo, con vera carta fotografica.

Ormai non accetto più i pochi euro per il disturbo.

Lavorare a gratis (e a volte rimettendoci anche di tasca propria), lo si fa da ragazzi, quando la voglia di imparare e di mettersi in gioco supera il bisogno di guadagnare.

Marisina V.

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